mercoledì 31 ottobre 2012

In fumo la ricerca pubblica sugli ogm

Resta solo la cenere del frutteto sperimentale dell'Università della Tuscia, dove da un decennio venivano coltivate e studiate circa 350 piante geneticamente modificate di ulivo, ciliegio e actinidia, allo scopo di ricercare nuovi tratti genetici in grado di migliorare la resistenza ai parassiti, portando così ad una riduzione dei prodotti chimici normalmente utilizzati sulle coltivazioni frutticole tradizionali.
A nulla è servita la richiesta di proroga, al termine del periodo di 10 anni entro cui era stata autorizzata la sperimentazione, come a nulla sono serviti gli appelli presentati da diverse associazioni scientifiche, contro la decisione di distruggere un'importante fonte di dati, scaturita da una polemica sollevata da Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici.
Nel giugno scorso è iniziata la distruzione del frutteto attraverso la distribuzione di un prodotto disseccante, alla quale è seguito l'espianto e, in questi giorni, la bruciatura.
In quel campo non sono bruciate solo le carcasse di alcune piante, ma sono andati in fumo i soldi (pubblici) che hanno permesso di finanziare la ricerca, così come gli sforzi e la passione dei ricercatori che l'hanno condotta per anni, potendo raccogliere solo in parte i risultati del loro lavoro.
Va sottolineato come questo lavoro avrebbe potuto permettere di studiare e meglio capire le interazioni delle piante geneticamente modificate con l'ambiente naturale e coltivato che le circonda, per verificare la fondatezza o meno dei timori che giustamente l'opinione pubblica dimostra nei confronti di una tecnologia oggetto di un'accesa discussione.

giovedì 25 ottobre 2012

Meno pesticidi in agricoltura convenzionale: si può fare

Uno studio condotto a partire dal 2003 da alcuni ricercatori dell'Iowa State University ha dimostrato come sia possibile ridurre notevolmente l'utilizzo di prodotti chimici in agricoltura, senza intaccare la redditività delle aziende agricole, bensì rendendo più stabile il ritorno economico per gli agricoltori e diminuendo drasticamente l'impatto ambientale.
Lo studio è stato condotto su un'azienda di 22 acri di proprietà della stessa università, suddividendo l'appezzamento in 3 parcelle: la prima di esse è stata condotta con il sistema colturale tradizionale della zona del Midwest che prevede una rotazione biennale mais-soia. Nella seconda parcella è stato introdotta la coltivazione dell'avena, ottenendo quindi una rotazione triennale, mentre nel terzo appezzamento è stata inserita in rotazione anche l'erba medica.
L'introduzione di colture foraggere, oltre a dilatare i cicli di rotazione, ha permesso di supportare l'allevamento di bestiame, generando da un lato un reddito ulteriore per l'azienda e dall'altro una certa disponibilità di letame e reflui zootecnici utili per la fertilizzazione delle colture.
La rotazione "allungata", in rapporto al sistema tradizionale, ha permesso di aumentare le rese di mais e soia, ha portato ad una riduzione del fabbisogno di fertilizzanti azotati, ha permesso di ridurre l'utilizzo di erbicidi dell'88% ed ha ridotto di 200 volte il contenuto di sostanze tossiche nelle acque sottosuperficiali.
Tuttavia ciò che è più importante in questo studio è che questi risultati sono stati ottenuti senza rinunciare ad un solo cent. di profitto.
A rendere possibile tutto ciò è l'esistenza di meccanismi e interazioni biologiche che si generano nei sistemi più diversificati, che devono essere assecondati in modo tale da renderli utilizzabili a proprio favore, evitando di intervenire forzatamente e artificiosamente sull'agrosistema allo scopo di generare un totale condizionamento dello stesso.
Questi risultati permettono altresì di pensare ad un regime agricolo che si colloca in una posizione intermedia tra l'agricoltura convenzionale e l'agricoltura biologica, che permetta di minimizzare le problematiche che caratterizzano entrambi i sistemi e che offra soprattutto un'alternativa alle aziende.

Fonte: The New York Times

Foto: morgueFile