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lunedì 8 settembre 2014

Un nuovo studio sul commercio alimentare nel mondo

Mentre la popolazione mondiale cresce di un miliardo di persone ogni 12-14 anni, l'offerta di cibo potrebbe non essere in grado di tenere il passo in particolare per alcune regioni aride o semi-aride come il Sahel africano, che già dipendono fortemente dalle importazioni di cibo.
Un nuovo studio condotto dall'Università della Virginia ha analizzato i possibili sviluppi della sicurezza alimentare globale e in particolare i percorsi seguiti dai commerci internazionali, aspetto mai considerato fino ad ora in uno studio dedicato. Partendo dai dati FAO relativi alla produzione e al commercio di cibo nel mondo, i ricercatori hanno ricostruito la rete commerciale e in particolare lo scambio di calorie tra i diversi paesi che ne fanno parte.
Paolo d'Odorico, professore di scienze ambientali e responsabile del progetto, ha evidenziato come dal 1986 al 2009, l'ammontare complessivo di cibo scambiato sia più che raddoppiato, mentre la rete commerciale si è ampliate del 50%. Gli scambi di cibo internazionali al momento riguardano circa il 23% della produzione globale, di cui una buona fetta viene prodotta da paesi ad agricoltura sviluppata a diretta verso paesi più poveri.
La produzione complessiva di cibo, nel periodo considerato, è aumentata del 50% garentendo così la sicurezza alimentare di buona parte della popolazione in crescita, grazie anche allo sviluppo dei commerci.
Lo studio evidenza come la maggior parte dell'Africa e del Medio-Oriente non siano autosufficient dal punto di vista alimentare, ma lo sviluppo del commercio ha permesso di migliorare l'approvvigionamento per alcune zone critiche. Tuttavia lo sviluppo commerciale non è bastato a combattere la malnutrizione nell'Africa Sub-Sahariana e nell'Asia Centrale.
Nel periodo oggetto di studio è aumentato il numero dei paesi dipendenti dalle importazioni alimentari; tali paesi sono soggetti ad alta vulnerabilità in caso di periodi critici come quelli verificatesi nel 2008 e nel 2011, quando condizioni meteorologiche eccezionali, principalmente siccità, hanno ridotto fortemente l'offerta globale di cibo e hanno spinto alcuni paesi produttori a limitare le esportazioni per salvaguardare il proprio fabbisogno interno.
13 prodotti agricoli (frumento, soia, olio di palma, mais, zuccheri, ecc...) costituiscono da soli  l'80% della dieta mondiale e del commercio alimentare. 
Da notare come la Cina mostri un aumento continuo nel consumo di carne: questo provoca cambiamenti nell'utilizzo interno del territorio, poichè la produzione di cibo di origine animale necessita di superfici molto elevate. Il consumo di grassi e proteine aumenta con il progresso economico di un paese, con forti ripercussioni sull'utilizzo delle terre.
Alcuni paesi, come USA e Brasile, caratterizzati da clima favorevole, terreni produttivi, disponibilità di mezzi tecnologici e di capitali si sono sempre comportati come esportatori, ma con l'aumentare della popolazione e le variazioni nello scenario globale, potrebbero un giorno ridurre la quantità di cibo destinata ad altri paesi. 
In ogni caso il futuro resta imprevedibile; certamente lo sviluppo commerciale potrà garantire una maggior redistribuzione delle risorse alimentari, ma non necessariamente la loro disponibilità per l'intera popolazione mondiale.

Fonte: ScienceDaily

sabato 14 luglio 2012

In arrivo la mela ogm che non annerisce

Per molti di noi la mela è un frutto troppo grande per essere consumato tutto in una volta; se non possiamo condividerla con qualcuno, spesso scegliamo un frutto differente poichè sappiamo bene quanto sia poco attraente uno spicchio di mela avanzato e rimasto per alcune ore in attesa di essere gustato.
Il fenomeno dell'imbrunimento del frutto è dovuto alla presenza in esso di polifenol-ossidasi, un enzima che in presenza di ossigeno provoca l'ossidazione dei polifenoli presenti nella mela, facendole assumere una sgradevole colorazione marrone.
E' di questi giorni la notizia secondo cui l'azienda americana Okanagan Specialty Fruits sta cercando di introdurre sui mercati statunitense e canadese una tipologia di mela modificata geneticamente attraverso l'introduzione di un gene ricavato da un'altra specie del genere Malus, che riduce pesantemente la produzione dell'enzima responsabile dell'imbrunimento. Anche per il consumatore americano, abituato a consumare alimenti derivati da ogm fin dagli anni '90, questa notizia riveste un'importanza rilevante, poichè si tratterebbe del primo esempio di prodotti geneticamente modificati consumati direttamente, in assenza di trattamenti di cottura o di trasformazione.
Ovviamente gli entusiasmi, così come gli scetticismi, si sprecano: se da una parte si parla già di questa mela come di una svolta epocale, che permetterebbe di aumentare i consumi di mele e di snack costituiti da fettine di mele, senza ricorrere a conservanti che ne alterano il gusto, dall'altra una parte dei consumatori (canadesi soprattutto) e alcune organizzazioni di produttori non vedono di buon occhio un'innovazione che potrebbe danneggiare l'immagine di naturalezza che la mela ha sempre rappresentato.


Foto: Newsfood

sabato 30 giugno 2012

Come nutrire il pianeta (???)

Recentemente The Economist ha pubblicato un grafico prodotto da Cargill (multinazionale che opera nel commercio di cereali e mangimi) che mostra i trend dei surplus e dei deficit alimentari nel mondo, suddivisi per continente, dal 1965 al 2010 (visualizza grafico e articolo).
Dal grafico risulta evidente come l'Europa occidentale e il Nord America abbiano sperimentato un aumento di produttività negli anni '70 grazie alla rivoluzione verde. Dopo questa impennata il surplus produttivo non ha subito variazioni sostanziali in Nord America, mentre sono aumentati progressivamente i fabbisogni dell'Europa Occidentale.
Le evoluzioni più macroscopiche tuttavia riguardano gli altri continenti: in particolare l'America Latina e l'Europa dell'Est hanno prodotto nell'ultimo decennio un notevole surplus alimentare, nato nel primo caso dallo sfruttamento di ampi territori inizialmente non coltivati e nel secondo dalla caduta del comunismo. Per contro sono aumentati in modo impressionante i deficit di Asia e Africa a causa della popolazione crescente e dello sviluppo economico di alcuni paesi.
La conclusione a cui giunge The Economist è la seguente: è necessaria una rivoluzione agricola in Africa.
Con questa semplice frase il settimanale sembra aver trovato la soluzione al problema della fame nel mondo; l'Africa possiede immense risorse naturali e territoriali ancora poco sfruttate che rappresentano un'enorme potenzialità produttiva.
Ciò che tuttavia appare totalmente sconcertante è la leggerezza con cui si affronta un problema che potrebbe avere effetti impressionanti sulla vita di milioni di persone.  Ci si dovrebbe quantomeno domandare se questa rivoluzione agricola avrebbe lo scopo di sfamare le popolazioni povere dell'Africa, oppure se verrebbe condotta nell'interesse di paesi ricchi e potenti, come la Cina, che necessitano di grandi importazioni di alimenti.
Analizzando ciò che sta già avvenendo in Africa sembra evidente che la seconda ipotesi sia la più probabile: se così fosse si assisterebbe ad un'intensificazione del fenomeno del land grabbing, in barba ai diritti dei piccoli agricoltori e delle popolazioni più povere del pianeta e ad una crescente influenza dei paesi più potenti sulla situazione politica degli stati africani, già perennemente instabile. L'Africa rischia di diventare sempre più una terra di conquista, a scapito di persone che, più di ogni altro essere umano al mondo, avrebbero bisogno di cibo e soprattutto di libertà.

Grafico: The Economist

giovedì 31 maggio 2012

Sequenziato il genoma di pomodoro

Un italiano medio consuma 16,5 Kg di pomodori freschi all'anno; un americano medio anche di più.
Nonostante molte persone siano concordi nell'affermare che i pomodori di una volta fossero più buoni e gustosi di quelli odierni, i risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricerca europeo su oltre 7000 varietà antiche e moderne mostra come i pomodori selezionati negli ultimi decenni possiedano caratteristiche organolettiche migliori rispetto a quelli del passato, grazie a un maggior contenuto in zuccheri e acidi caratteristici, frutto delle moderne tecniche di breeding.
L'ultimo numero di Nature presenta in copertina la notizia del completamento del sequenziamento del genoma di questa specie orticola, seconda per importanza solo alla patata. E' stato sequenziato il genoma delle linee pure costituenti l'ibrido Heinz 1706 e quello della specie progenitrice Solanum pimpinellifolium. Questo risultato è frutto del lavoro di un gruppo di ricerca internazionale, coordinato, tra gli altri, anche dagli italiani Luigi Frusciante, docente dell’Università Federico II, Giovanni Giuliano dell'Enea e Giorgio Valle dell'Università di Padova. Il confronto tra i due genomi mostra una differenza di appena lo 0,6% dei tratti (la differenza sale all'8% rispetto al genoma di patata sequenziato lo scorso anno).
Si tratta di un risultato basilare per lo sviluppo delle ricerche future, per almeno tre ragioni:
1-Permette lo studio approfondito dei dei processi evoluzionistici che hanno portato alla formazione del genere Solanum, tra i più ampi e diversificati del regno vegetale.
2-Mostra agli scienziati le basi genetiche di alcune caratteristiche e meccanismi fisiologici della pianta di pomodoro; a tal proposito ha già permesso di capire i percorsi attraverso i quali si determina il livello di colorazione delle bacche.
3-Aiuta gli scienziati a migliorare le caratteristiche qualitative delle bacche (attitudine alla trasformazione, conservabilità, colorazione, ecc...) e la coltivazione delle piante (resistenza a malattie, adattabilità, tolleranza alla siccità, ecc...).
La conoscenza approfondita del patrimonio genetico permette di intervenire su di esso con consapevolezza, senza bisogno di ricorrere alle biotecnologie, notoriamente poco gradite all'opinione pubblica, ma rilanciando il ruolo della selezione genetica tradizionale.

Fonte e foto: Nature

lunedì 14 maggio 2012

Lo scandalo del "pink slime"

Il 70% della carne di manzo venduta nei supermercati americani contiene "pink slime" (in italiano: "melma rosa"), un insieme di scarti della lavorazione della carne bovina come cartilagini, tendini e altri tessuti, triturati e aggiunti alla carne destinata all'alimentazione umana, per aumentarne il peso e il volume.
Un tempo questo sottoprodotto era utilizzato solamente nella preparazione di alimenti per animali, finchè non si è scoperta una tecnica di disinfezione basata sull'utilizzo di ammoniaca in grado di renderlo sicuro anche per l'alimentazione umana.
E' stato Gerald Zirnstein, scienziato presso l'USDA (United States Department of Agriculture), insieme alla sua equipe, a coniare per primo il termine "pink slime" per mettere in guardia i consumatori americani su ciò che normalmente veniva denominato sulle confezioni con l'espressione "carne magra finemente macinata".
Nel processo produttivo vengono utilizzati in realtà scarti ad elevato contenuto di grassi, i quali vengono asportati mediante trattamenti termici e meccanici; successivamente avviene la disinfezione tramite l'irrorazione di ammoniaca e il confezionamento con successivo congelamento. Le confezioni vengono così distribuite ai supermercati o ai trasformatori di carni bovine che lo utilizzano in miscela con la carne per la preparazione di hamburger o altri prodotti a base di carne macinata.
Non esiste nessun obbligo per i produttori di indicare in etichetta l'utilizzo di questo impasto; sono gli stessi ufficiali dell'USDA a considerarlo semplicemente carne, nonostante il parere contrario di molti colleghi.
ABC News ha scoperto che la donna che ne approvò l'utilizzo, Joann Smith, alla fine del proprio sottosegretariato all'USDA, entrò a far parte del consiglio di amministrazione della principale azienda produttrice di "pink slime", la Beef Products Inc., dove nel corso di 17 anni ha guadagnato oltre 1,2 milioni di dollari.

Fonte: ABC News

Foto: Flickr