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martedì 4 dicembre 2012

Più petrolio grazie a un fagiolo: il guar

La fratturazione idraulica o fracking è una tecnologia che permette l'estrazione di gas e petrolio dagli scisti argillosi e consiste nello sfruttare la pressione di un fluido per creare delle fratture negli strati rocciosi, migliorandone la permeabilità e portando alla fuoriuscita dei cosiddetti shale gas e shale oil. Grazie allo sfruttamento di questa tecnologia, gli Stati Uniti potrebbero diventare, nei prossimi anni, i principali esportatori di petrolio nel mondo.
E' curioso come alla base di questa tecnologia estrattiva vi sia un seme: il guar, prodotto da Cyamopsis tetragonoloba, pianta erbacea appartenente alla famiglia delle leguminose. Da questi "fagioli" ricchi di amido, i contadini indiani ottengono da sempre la gomma di guar, una farina giallastra che dispersa in acqua forma un fluido colloso utilizzato nella cucina locale e nell'industria alimentare come addensante e nella produzione di cosmetici. Le proprietà di questo fluido vengono oggi sfruttate nella trivellazione di pozzi petroliferi: attraverso la raffinazione della gomma di guar si ottiene un gel, unico mezzo attualmente a disposizione che permettere il trasporto in profondità della sabbia, principale strumento per la fratturazione delle rocce.
Questo nuovo utilizzo ha portato negli ultimi anni ad un aumento vertiginoso dei prezzi della materia prima agricola che, se da una parte ha permesso ai contadini indiani di fare affari d'oro, vendendo il prodotto dei loro campi ad un prezzo cinque volte superiore all'ordinario, dall'altra sta creando forti grattacapi alle compagnie di estrazione, che vedono lievitare i loro costi di produzione a livelli preoccupanti.
Nonostante la produzione di guar sia fortemente aumentata, il prezzo è passato dai circa mille dollari per tonnellata del 2010 a 5mila dollari nel 2011 e fino a 20mila dollari lo scorso luglio. E' comunque previsto un ritorno dei prezzi su valori più contenuti (5-6000 $/t), ma è evidente come il mercato stia vivendo un periodo di forti tensioni, che preoccupano l'industria estrattiva, al punto di spingerla a ricercare prodotti di sintesi alternativi alla gomma di guar.

martedì 6 novembre 2012

L'agricoltura del meridione rischia di morire

Chiunque si interessi di agricoltura e del settore agro-alimentare o semplicemente ne sia appassionato, non può non fare caso a ciò che i media comunicano di questo settore attraverso trasmissioni dedicate, approfondimenti, telegiornali, programmi di intrattenimento, ecc... Si parla continuamente di un settore agroalimentare in piena salute, forse l'unico in questo periodo di crisi in grado di trainare l'economia e l'export italiani, grazie anche a prodotti di eccellenza apprezzati in tutto il mondo. Si parla spesso dell'importanza delle tipicità alimentari, si parla di un ritorno alle campagne e si restituisce un quadro dell'agricoltura fatto di immagini d'altri tempi. 
Tutto ciò, se da un lato può portare a riscontri commerciali positivi e può essere apprezzato dal pubblico, dall'altro rischia di creare nell'opinione pubblica una visione distorta della realtà agricola e agroalimentare italiana e soprattutto rischia di nascondere al grande pubblico alcuni problemi che caratterizzano un settore specifico, ma che hanno pesanti ripercussioni sull'intera società.
Alcuni di questi problemi riguardano il panorama agricolo italiano nel suo complesso come ad esempio l'abbandono delle aree montane o collinari, che causa dissesti idro-geologici a danno di intere comunità (si prendano ad esempio le frane ed alluvioni che hanno devastato la Liguria nell'autunno 2011).
Tuttavia a versare in condizioni peggiori è l'agricoltura del centro-sud, che oltre a dover fronteggiare le problematiche strutturali e congiunturali dell'intero settore, si trova a dover fare i conti ogni giorno con le organizzazioni mafiose e con una situazione territoriale, ambientale e amministrativa in molti casi raccapricciante.
La puntata di Linea Verde di domenica 4 novembre, volta alla promozione delle tipicità e del territorio della provincia di Taranto, non ha potuto nascondere come i mitilicoltori della zona siano costretti ad allevare le cozze in un mare loro malgrado inquinato dalle attività industriali, come non ha potuto nascondere l'elevato tasso di inquinamento di terreni e pascoli nei dintorni di Taranto, che ha portato nei mesi scorsi all'abbattimento di molti capi di bestiame che producevano latte con alti tassi di pcb e diossine (lo stesso inquinamento ha già portato alla morte ingiusta di troppe persone). Nella stessa puntata si è parlato dell'elevata qualità dei prodotti agricoli della zona di Palagiano, famosa per la produzione di agrumi e uva da tavola, ma in questo caso non è stata menzionata la forte crisi in cui versa l'area, a causa di costi di produzione in continua crescita, con moltissime aziende indebitate o fallite e un numero elevatissimo di terreni all'asta, così come descritto in un articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno del 29 ottobre 2012 (Vai all'articolo).
Anche durante l'ultima puntata di Che Tempo Che Fa del Lunedì, Roberto Saviano ha raccontato la storia di un ragazzo camerunense approdato in Italia per studiare e per cercare fortuna e che ha vissuto la drammatica esperienza dello sfruttatamento dei braccianti agricoli immigrati nelle campagne del centro-sud Italia (ma talvolta anche del nord), per la raccolta di pomodori, agrumi e altra frutta e ortaggi. Queste persone sono spesso private di ogni diritto, sfruttate illegalmente da persone legate alle organizzazioni mafiose e costrette a lavorare in condizioni inumane per un salario prossimo a zero: 20-30 € al giorno a cui vanno tolti i costi (imposti dai caporali, quindi esageratamente gonfiati) per cibo, acqua, trasporti, cure mediche, ecc... La malavita organizzata è presente in modo capillare nel settore agroalimentare del centro-sud, con legami in tutto il nord Italia, fino a detenere il controllo dei mercati ortofrutticoli più importanti del nostro paese e di buona parte della logistica del settore, con un sistema perverso in grado di far lievitare i costi dei prodotti a danno dei consumatori e a solo vantaggio delle organizzazioni stesse.
Simili situazioni sono innanzitutto intollerabili in un paese che vuole essere civile e democratico e secondariamente danneggiano l'immagine e l'efficienza di un settore estremamente importante, soprattutto per l'economia dell'Italia meridionale, impedendo ai produttori, ai braccianti e ai collaboratori di ottenere un reddito in grado di garantire loro un'esistenza dignitosa.
E' di fondamentale importanza che l'opinione pubblica non solo percepisca le positività del settore agroalimentare, ma si renda anche conto delle pesanti problematiche che lo affliggono al fine di spingere la politica a combattere le diseconomie e soprattutto le ingiustizie.

Foto: Flickr

giovedì 25 ottobre 2012

Meno pesticidi in agricoltura convenzionale: si può fare

Uno studio condotto a partire dal 2003 da alcuni ricercatori dell'Iowa State University ha dimostrato come sia possibile ridurre notevolmente l'utilizzo di prodotti chimici in agricoltura, senza intaccare la redditività delle aziende agricole, bensì rendendo più stabile il ritorno economico per gli agricoltori e diminuendo drasticamente l'impatto ambientale.
Lo studio è stato condotto su un'azienda di 22 acri di proprietà della stessa università, suddividendo l'appezzamento in 3 parcelle: la prima di esse è stata condotta con il sistema colturale tradizionale della zona del Midwest che prevede una rotazione biennale mais-soia. Nella seconda parcella è stato introdotta la coltivazione dell'avena, ottenendo quindi una rotazione triennale, mentre nel terzo appezzamento è stata inserita in rotazione anche l'erba medica.
L'introduzione di colture foraggere, oltre a dilatare i cicli di rotazione, ha permesso di supportare l'allevamento di bestiame, generando da un lato un reddito ulteriore per l'azienda e dall'altro una certa disponibilità di letame e reflui zootecnici utili per la fertilizzazione delle colture.
La rotazione "allungata", in rapporto al sistema tradizionale, ha permesso di aumentare le rese di mais e soia, ha portato ad una riduzione del fabbisogno di fertilizzanti azotati, ha permesso di ridurre l'utilizzo di erbicidi dell'88% ed ha ridotto di 200 volte il contenuto di sostanze tossiche nelle acque sottosuperficiali.
Tuttavia ciò che è più importante in questo studio è che questi risultati sono stati ottenuti senza rinunciare ad un solo cent. di profitto.
A rendere possibile tutto ciò è l'esistenza di meccanismi e interazioni biologiche che si generano nei sistemi più diversificati, che devono essere assecondati in modo tale da renderli utilizzabili a proprio favore, evitando di intervenire forzatamente e artificiosamente sull'agrosistema allo scopo di generare un totale condizionamento dello stesso.
Questi risultati permettono altresì di pensare ad un regime agricolo che si colloca in una posizione intermedia tra l'agricoltura convenzionale e l'agricoltura biologica, che permetta di minimizzare le problematiche che caratterizzano entrambi i sistemi e che offra soprattutto un'alternativa alle aziende.

Fonte: The New York Times

Foto: morgueFile

venerdì 6 luglio 2012

Il boom della soia danneggia il Paraguay

Il presidente paraguayano Fernando Lugo è stato di recente destituito per impeachment a seguito di una disputa per l'utilizzo di terreni destinati alla coltivazone di soia. Lugo era stato eletto nel 2008 ed era considerato una grande speranza per i poveri del paese, grazie ai suoi propositi di redistribuzione dei terreni in favore dei piccoli contadini; d'altra parte queste buone intenzioni hanno ben presto suscitato l'avversità della potente elite dei grandi proprietari terrieri e, indirettamente, di un mondo che ha sempre più bisogno di soia per sostenere la crescita degli allevamenti e per la produzione di biocarburanti.
Il Paraguay è oggi il quarto maggior esportatore al mondo di soia, diretta principalmente verso i porti cinesi e europei. La rapida diffusione di questa coltura ha modificato pesantemente e irreversibilmente il paesaggio del paese tanto che si stima che dal 1996 oltre 1,2 milioni di ettari di foresta siano stati distrutti allo scopo di ottenere terreni coltivabili e che ogni anno circa mezzo milione di ettari vengano riconvertiti a soia. Questo processo, che favorisce la formazione di grandi aziende agricole, negli ultimi 20 anni ha causato lo"sfratto" di oltre 100.000 piccoli contadini, costretti a migrare verso le città o verso altri paesi.
Ad oggi il 77% della superficie agricola del Paraguay è posseduta solamente dal 2% della popolazione e, mentre il 40% di essa  vive in condizioni di povertà e l'11% è sottonutrita, l'economia paraguayana sta vivendo un vero e proprio boom con un PIL in crescita nell'ultimo anno del 15%. Un simile risultato tuttavia è da considerarsi vano qualora la ricchezza non vada a beneficio di tutte le fascie sociali e l'attuale situazione genera preoccupazione poichè è sintomo di una democrazia in sofferenza e di un sistema che genera un conflitto sociale a danno della parte più debole della popolazione, anzichè promuovere lo sviluppo rurale sostenibile del paese.


Foto: Flickr


sabato 30 giugno 2012

Come nutrire il pianeta (???)

Recentemente The Economist ha pubblicato un grafico prodotto da Cargill (multinazionale che opera nel commercio di cereali e mangimi) che mostra i trend dei surplus e dei deficit alimentari nel mondo, suddivisi per continente, dal 1965 al 2010 (visualizza grafico e articolo).
Dal grafico risulta evidente come l'Europa occidentale e il Nord America abbiano sperimentato un aumento di produttività negli anni '70 grazie alla rivoluzione verde. Dopo questa impennata il surplus produttivo non ha subito variazioni sostanziali in Nord America, mentre sono aumentati progressivamente i fabbisogni dell'Europa Occidentale.
Le evoluzioni più macroscopiche tuttavia riguardano gli altri continenti: in particolare l'America Latina e l'Europa dell'Est hanno prodotto nell'ultimo decennio un notevole surplus alimentare, nato nel primo caso dallo sfruttamento di ampi territori inizialmente non coltivati e nel secondo dalla caduta del comunismo. Per contro sono aumentati in modo impressionante i deficit di Asia e Africa a causa della popolazione crescente e dello sviluppo economico di alcuni paesi.
La conclusione a cui giunge The Economist è la seguente: è necessaria una rivoluzione agricola in Africa.
Con questa semplice frase il settimanale sembra aver trovato la soluzione al problema della fame nel mondo; l'Africa possiede immense risorse naturali e territoriali ancora poco sfruttate che rappresentano un'enorme potenzialità produttiva.
Ciò che tuttavia appare totalmente sconcertante è la leggerezza con cui si affronta un problema che potrebbe avere effetti impressionanti sulla vita di milioni di persone.  Ci si dovrebbe quantomeno domandare se questa rivoluzione agricola avrebbe lo scopo di sfamare le popolazioni povere dell'Africa, oppure se verrebbe condotta nell'interesse di paesi ricchi e potenti, come la Cina, che necessitano di grandi importazioni di alimenti.
Analizzando ciò che sta già avvenendo in Africa sembra evidente che la seconda ipotesi sia la più probabile: se così fosse si assisterebbe ad un'intensificazione del fenomeno del land grabbing, in barba ai diritti dei piccoli agricoltori e delle popolazioni più povere del pianeta e ad una crescente influenza dei paesi più potenti sulla situazione politica degli stati africani, già perennemente instabile. L'Africa rischia di diventare sempre più una terra di conquista, a scapito di persone che, più di ogni altro essere umano al mondo, avrebbero bisogno di cibo e soprattutto di libertà.

Grafico: The Economist

lunedì 18 giugno 2012

Terra ai contadini del Myanmar

Il 70 percento dei 47 milioni di abitanti del Myanmar vive in territori rurali; di questi circa un terzo sono lavoratori senza terra. La maggior parte di coloro che hanno la fortuna di possedere un fazzoletto di terra, faticano a mantenerne la proprietà, per almeno due motivi. Il primo è legato all'aumento della sottrazione di terreni ai contadini, in favore di grandi compagnie straniere, spesso senza il riconoscimento di alcun diritto e di alcun compenso; dati governativi mostrano come dalla metà degli anni novanta alla metà degli anni duemila, questa fenomeno abbia visto un incremento del 900 percento.
Il secondo motivo deriva dal sistema legislativo del paese che obbliga i contadini locali a coltivare ciò che il governo impone loro, con conseguente imposizione di quote di produzione e mancanza di libertà decisionale. Questo impedisce l'accesso al mercato di molti contadini e spesso li obbliga a chiedere prestiti o, peggio, a vendere i propri terreni. Anche le prospettive future, in ambito politico e legislativo, non sembrano incoraggianti.
Questa situazione contribuisce a peggiorare continuamente la food security del paese e ad intensificare sensibilmente la condizione povertà in cui versa gran parte della popolazione. Come sostengono molte ONG, il governo , dovrebbe sostenere i diritti di proprietà dei contadini, anzichè fare gli interessi degli investitori stranieri: è il primo passo fondamentale per garantire lo sviluppo rurale del paese, soprattutto in questa fase di transizione verso un sistema democratico, grazie anche all'impegno di Aung Sung Suu Kyi. Nel Viet Nam del Sud, politiche di questo tipo hanno portato ad un aumento della produzione di riso del 30 percento, nel bel mezzo della guerra del Viet Nam.


Foto: Asia.mcc.org

mercoledì 30 maggio 2012

L'altra faccia dei biocarburanti

Tre anni fa l'Unione Europea ha firmato un'intesa con la quale si è presa l'impegno di ottenere entro il 2020 il 10% dell'energia necessaria all'autotrazione da fonti rinnovabili. In questo settore le grandi promesse derivano dalla possibilità di sfruttare l'idrogeno come fonte energetica e dalla diffusione dei veicoli elettrici, che utilizzano in parte l'elettricità prodotta da impianti eolici, idroelettrici e fotovoltaici.
Tuttavia i ritardi nella diffusione di queste tecnologie, impongono l'utilizzo in tempi più brevi di altre fonti energetiche rinnovabili, per far fronte agli impegni assunti entro le scadenze prefissate; i biocombustibili, essendo utilizzabili nei motori normalmente alimentati a combustibili fossili, permettono di risolvere questo problema.
Tuttavia la comunità scientifica e alcune ong, alimentano perplessità sempre più forti sulle coltivazioni destinate a produrre energia. In primo luogo sottraggono superfici alle produzioni tradizionali, contribuendo all'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e imponendone, in alcuni casi, un aumento  delle importazioni.  Inoltre sempre più spesso i paesi ad economia avanzata, per far fronte a propri fabbisogni, sono costretti a produrre al di fuori dei propri confini, spesso in paesi poveri dove la disponibilità di terreno è elevata; in molti casi le superfici necessarie alla coltivazione vengono ricavate dall'abbattimento di foreste vergini, contribuendo a causare la perdita di biodiversità e un danno ambientale spesso superiore ai benefici ottenuti, e calpestando i diritti delle comunità locali.
Anche l'utilizzo di notevoli input chimici contribuisce a ridurre la sostenibilità di queste coltivazione.
Viene in ogni caso ribadita l'importanza di una continua ricerca nella riduzione dell'impatto ambientale delle attività umane, nonostante gli errori o le perplessità con cui inevitabilmente ci si deve scontrare.


Foto: Flickr

lunedì 28 maggio 2012

Un'agronuvola a supporto dell'agricoltura giapponese

Sono 6,7 milioni le famiglie giapponesi impegnate in agricoltura; in Giappone come in Italia, la popolazione agricola è in continuo invecchiamento e suscita sempre più apprensione la difficoltà di tramandare le conoscenze e le esperienze necessarie alla conduzione delle attività agricole alle generazioni più giovani.
Per far fronte a questa problematica e per sfruttare i vantaggiofferti dall'information technology in campo agricolo, è nato agrocloud: si tratta di un progetto sperimentale elaborato da Fujitsu e attivo in dieci luoghi che consente di monitorare le coltivazioni in tempo reale ed eseguire rilievi di parametri climatici, vegetali, pedologici e fitopatologici attraverso una rete di sensori distribuiti su microaree. E' così possibile eseguire una mappatura dinamica di un intero areale.
Grazie ad agrocloud inoltre gli operatori possono fotografare i campi ed inviare le immagini tramite un'apposita applicazione al fine di ottenere consigli sulla gestione colturale.
Gli agrodati sono solo una piccola parte dei cosiddetti big data ovvero un enorme insieme di dati generati in ogni realtà da sensori, social network, aziende, istituzioni pubbliche e cittadini e che necessiteranno di capacità di calcolo sempre più rapide e potenti.


Foto: Flickr

lunedì 21 maggio 2012

Monito ai G8: investire sui piccoli agricoltori africani

Il ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione dell'Italia Andrea Riccardi e il presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) Kanayo F. Nwanze sono intervenuti sulle pagine de Il Sole 24 Ore per lanciare un appello ai leader dei G-8 che si sono incontrati lo scorso venerdì 18 maggio a Camp David. Il monito era quello di rivolgere l'attenzione non solo alla crisi economica di cui si parla sulle prime pagine di tutti i giornali, ma anche e soprattutto alla crisi alimentare mondiale che attanaglia diversi paesi poveri del mondo con effetti ben più rilevanti.
E' di estrema importanza promuovere lo sviluppo rurale delle aree colpite dalla malnutrizione e da conflitti civili che ne impediscono la crescità: è questo infatti il passo fondamentale per permettere alle popolazioni più povere del mondo di migliorare la propria sicurezza alimentare, superando i problemi di malnutrizione che ciclicamente le colpiscono, per limitare i rischi di guerre civili e per ridurre l'incidenza di malattie come l'AIDS.

"Ogni dollaro speso nella ricerca agricola ne produce nove in termini di produzione aggiuntiva di cibo nei paesi in via di sviluppo".

E' importante garantire l'accesso al mercato, alle tecnologie, alle risorse idriche e agli strumenti di gestione dei rischi intrinseci dell'attività agricola, da parte dei piccoli agricoltori e dei piccoli proprietari di terre, che sono alla base del sistema agricolo dei paesi in via di sviluppo e che sono i principali produttori di beni alimentari nelle aree più povere del pianeta. Lo sviluppo di questo sistema agricolo permette la produzione di alimenti di maggiore qualità e con migliori caratteristiche nutrizionali, che possono essere venduti a prezzi maggiori, aumentando il reddito degli stessi agricoltori che potranno così avere accesso ai medicinali e ai servizi scolastici per i propri figli.
E' altrettanto importante l'istituzione di un quadro giuridico chiaro, che permetta la tutala dei diritti dei contadini e che garantisca la parità tra i sessi poichè molto spesso sono le donne ad avere un ruolo chiave nella produzione di cibo dei paesi poveri.

Fonte: Europass

Foto: Wikipedia, IFAD

venerdì 18 maggio 2012

FAO: fermare l'acquisto indiscriminato di terreni

Le grandi imprese multinazionali di Cina, Brasile, Francia, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Nord America, Qatar e Thailandia continuano a fare incetta di terreni coltivabili, in particolare nell'Africa sub-sahariana, in Sud America, Australia e Oceania: si parla di circa 2,5 milioni di ettari ceduti, solamente nel primo trimestre 2012. I motivi alla base di questa forte richiesta sono principalmente di natura alimentare e per la produzione di bio-combustibili. L'area sub-sahariana è quella più interessata da questo processo poichè in essa opera la Cina come principale attore economico.
Molto spesso la cessione delle superfici avviene a scapito delle piccole comunità locali, le quali sono continamente sottoposte a forti pressioni affinchè vendano le proprie terre e talvolta sono vittime di veri e propri atti di esproprio; la mancanza di documentazione in grado di attestare la proprietà dei terreni e l'inesistenza di un sistema catastale, rendono questi piccoli proprietari terrieri inermi di fronte agli agguerriti compratori. Inutile sottolineare le implicazioni che questo può avere sui regimi alimentari dei popoli più poveri del pianeta.
Sull'onda delle continue proteste di queste popolazioni, la FAO ha finalmente proposto una risoluzione, adottata da tutti i 124 paesi che fanno parte del Comitato per la sicurezza mondiale alimentare, che mira a regolare le transazioni fondiarie, delle foreste e delle aree di pesca nel mondo.
Pur trattandosi di un documento volontario, di valore solamente morale (non prevede l'applicabilità di sanzioni), rappresenta tuttavia un risultato storico poichè, per la prima volta, tutti i paesi hanno adottato un regolamento comune e perchè può diventare la base per la difesa dei diritti delle popolazioni oggetto di soprusi.

 Fonte: Corriere della Sera

Foto: Flickr

giovedì 17 maggio 2012

Agricoltura conservativa per lo sviluppo rurale in Zambia

In Zambia, le tecniche di agricoltura conservativa stanno giocando un ruolo importante nell'incrementare le rese delle colture e i guadagni delle comunità rurali, soprattutto per i piccoli agricoltori che non possono permettrsi l'acquisto di fertilizzanti e di altri prodotti chimici.
Per agricoltura conservativa si intende un insieme di tecniche che permettono di conservare la fertilità del suolo e la disponibilità idrica attraverso l'utilizzo di colture di copertura in grado di creare uno strato di mulching protettivo sulla superficie del suolo, allo scopo di limitare la perdita di sostanze nutritive e lo scorrimento superficiale delle acque che causa erosione, migliorando nel contempo la capacità di ritenzione idrica del suolo.
La semina delle colture viene effettuata a seguito di una minima lavorazione del suolo o direttamente su sodo: in questo caso lo strato di mulching provvede anche a creare una barriera in grado di ostacolare la crescita delle erbe infestanti.
Ne risulta che circa 250.000 agricoltori stanno già mettendo in pratica queste tecniche di agricoltura conservativa, mentre un numero crescente di organizzazioni (come la Zambia National Farmers Union e la Conservation Farming Unit) è impegnata nel diffonderne l'utilizzo nelle aree rurali.


Foto: Flickr

martedì 8 maggio 2012

Delude in India il cotone transgenico

L'introduzione di varietà di cotone ogm in India sembra non sortire gli effetti sperati; dopo un forte aumento iniziale dei raccolti, una serie di problemi collaterali sta riducendo fortemente la produttività del cotone biotech. Queste varietà, caratterizzate da una resistenza genetica a particolari avversità, si sono dimostrate sensibili ad alcuni batteri o insetti verso i quali le varietà tradizionali erano resistenti. Inoltre la loro coltivazione necessità di un elevato quantitativo di acqua e di fertilizzanti per consentire la massima espressione delle potenzialità della pianta, mentre i contadini indiani non sono preparati a gestire una situazione che richiede elevate conoscenze tecniche. Ovviamente i fertilizzanti e gli antiparassitari, così come i semi di varietà ogm hanno dei costi, che in annate poco produttive o con un basso prezzo del cotone, si tramutano in debiti per molti agricoltori che spesso si rivolgono ad usurai; questo problema sta provocando sempre più spesso casi di suicidi nelle campagne, mediante l'assunzione di pesticidi.
I piccoli agricoltori non hanno alcuna idea di quello che comprano e ancor meno sanno come coltivare queste varietà.
Dieci anni dopo l'introduzione del cotone transgenico, le varietà locali sono praticamente sparite e le conoscenze agronomiche tradizionali si stanno perdendo.
Le autorità locali stanno iniziando a chiedere risarcimenti alle aziende produttrici e a prevedere la formulazione di leggi che obblighino queste società a indennizzare i contadini locali qualora qualcosa non funzioni, mentre gli oppositori chiedono una moratoria sulla coltivazione del cotone transgenico in india.

Fonte e foto: Agricoltura Italiana online (Le Monde)

mercoledì 2 maggio 2012

Le tribolazioni della Jatropha


Nell'ultimo decennio centinaia di migliaia di ettari di Jatropha sono stati messi a coltura, soprattutto in Asia e nell'Africa sub-sahariana, per la produzione di biocarburanti; dai semi di questa pianta è possibile ricavare un olio di ottima qualità e con costi notevolmente inferiori rispetto ad altre piante da olio come soia e palma.
Un altro grosso vantaggio promesso dalla Jatropha risiede nella possibilità di coltivarla anche in terreni aridi, ottenendo un raccolto in aree improduttive e garantendo un reddito alle popolazioni che le abitano.
La realtà dei fatti si sta rivelando tuttavia molto diversa da questi rosei presupposti: in primo luogo la capacità produttiva in ambiente arido si è dimostrata decisamente limitata poichè in queste condizioni la pianta vegeta, ma difficilmente è in grado di fiorire e di portare a maturazione i semi in assenza di acqua. Inoltre si tratta di una coltivazione indicata soprattutto per le grandi estensioni, mentre difficilmente è in grado di dare un reddito accettabile ai piccoli agricoltori.
In alcuni casi le compagnie hanno utilizzato i progetti di coltivazione della Jatropha unicamente come scusa per poter abbattere le foreste dei territori che ne sarebbero stati interessati, al solo scopo di ricavarne legname, con notevole ed inutile danno ambientale.
Per questi motivi gli investimenti nelle società il cui business è incentrato su questa coltivazione sono calati pesantemente negli ultimi mesi, così come le quotazioni azionarie delle stesse società.
Nonostante questo, rimane forte l'interesse e la domanda di olio di Jatropha, da parte soprattutto delle compagnie aeree, che vedono in questa produzione una promettente fonte di carburante a basso costo.

Foto: Flickr

domenica 29 aprile 2012

I nuovi agricoltori

Pochi giorni fa il Corriere del Veneto riportava i dati di Coldiretti Veneto, secondo cui gli agricoltori del bellunese sarebbero aumentati dell'11% negli ultimi 4 anni (vedi articolo). Si tratta in prevalenza di giovani under 40 che si insediano per la prima volta in agricoltura, allo scopo di creare un'opportunità di reddito e per ottenere i contributi previsti per lo sviluppo dell'imprenditoria giovanile in agricoltura.
Tra queste nuove imprese si registra un consistente aumento di piccoli imprenditori che si dedicano a coltivazioni o ad allevamenti "minori", che fino a pochi anni fa erano soggetti ad un continuo abbandono; la crisi del settore manifatturiero degli ultimi anni ha sicuramente contribuito a rendere più interessanti queste attività.
Escludendo i casi di giovani imprenditori che si intestano le attività dei genitori allo scopo di ottenere agevolazioni e contributi, è possibile notare come molte nuove imprese riguardino settori merginali dell'agricoltura o insistano in zone marginali o svantaggiate. La presenza di forti barriere all'ingresso rende spesso impossibile l'avvio di nuove attività nel settore agricolo: l'elevato costo dei terreni in relazione al margine di guadagno delle attività agricole, il costo degli impianti, dei mezzi tecnici e l'aumento dell'imposizione fiscale rendono spesso impossibile l'apertura di una nuova impresa agricola da parte di giovani sprovvisti di consistenti patrimoni iniziali. Questo potrebbe spiegare l'elevato numero di nuove imprese nei territori svantaggiati dove il costo dei terreni è basso o nullo, dove non sono necessari elevati input e dove è possibile usufruire di agevolazioni fiscali. L'elevata qualità della vita e la possibilità di impostare progetti di marketing territoriale, completano il quadro.
E' necessario sottolineare l'importanza dello sviluppo di piccole imprese agricole che oltre a costituire una fonte di reddito per tanti operatori e comunità locali, garantisce un continuo presidio del territorio che permette di preservare il paesaggio agrario e l'ambiente, con forte rilevanza soprattutto in realtà ad elevato rischio idro-geologico o ad alto interesse paesaggistico.